Mi chiamo Lucy Barton
  • 9788806229689
  • Einaudi
  • 2016

Mi chiamo Lucy Barton

di Elisabeth Strout

In una stanza d’ospedale nel cuore di Manhattan, davanti allo scintillio del grattacielo Chrysler che si staglia oltre la finestra, per cinque giorni e cinque notti due donne parlano con intensità. «Un romanzo perfetto, nelle cui attente parole vibrano silenzi. Mi chiamo Lucy Barton offre una rara varietà di emozioni, dal dolore piú profondo fino alla pura gioia». - Claire Messud, The New York Times «Strout si conferma una narratrice grandiosa di sfumate vicende famigliari, capace di tessere arazzi carichi di saggezza, compassione, profondità. Se non l’avesse già vinto con Olive Kitteridge, il Pulitzer dovrebbe essere suo per questo nuovo romanzo». - Hannah Beckerman, The Guardian Deve essere il sistema che adottiamo quasi tutti per muoverci nel mondo, sapendo e non sapendo, infestati da ricordi che non possono assolutamente essere veri. Eppure, quando vedo gli altri incedere sicuri per la strada, come se non conoscessero per niente la paura, mi accorgo che non so cos'hanno dentro. La vita sembra spesso fatta di ipotesi. - Elizabeth Strout Da tre settimane costretta in ospedale per le complicazioni post-operatorie di una banale appendicite, proprio quando il senso di solitudine e isolamento si fanno insostenibili, una donna vede comparire al suo capezzale il viso tanto noto quanto inaspettato della madre, che non incontra da anni. Per arrivare da lei è partita dalla minuscola cittadina rurale di Amgash, nell'Illinois, e con il primo aereo della sua vita ha attraversato le mille miglia che la separano da New York. Alla donna basta sentire quel vezzeggiativo antico, "ciao, Bestiolina", perché ogni tensione le si sciolga in petto. Non vuole altro che continuare ad ascoltare quella voce, timida ma inderogabile, e chiede alla madre di raccontare, una storia, qualunque storia. E lei, impettita sulla sedia rigida, senza mai dormire né allontanarsi, per cinque giorni racconta: della spocchiosa Kathie Nicely e della sfortunata cugina Harriet, della bella Mississippi Mary, povera come un sorcio in sagrestia. Un flusso di parole che placa e incanta, come una fiaba per bambini, come un pettegolezzo fra amiche. La donna è adulta ormai, ha un marito e due figlie sue. Ma fra quelle lenzuola, accudita da un medico dolente e gentile, accarezzata dalla voce della madre, può tornare a osservare il suo passato dalla prospettiva protetta di un letto d'ospedale. Lì la parola rassicura perché avvolge e nasconde. Ma è nel silenzio, nel fiume gelido del non detto, che scorre l'altra storia.https://www.ibs.it/mi-chiamo-lucy-barton-libro-elizabeth-strout/e/9788806229689


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Commenti (2)

28/03/2018 - Matik2003
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"Ciascuno di voi ha soltanto una storia. Scriverete la vostra unica storia in molti modi diversi. Non state mai a preoccuparvi per la storia. Tanto ne avete una sola." Oggi sono qui per raccontarvi una delle mie ultime letture, si tratta di Mi chiamo Lucy Barton di Elizabeth Strout. Due donne in ospedale, l'atmosfera è ovattata, la luce soffusa per non infastidire la malata, Lucy, febbricitante per un'infezione post chirurgica. Dalla finestra della camera la vista mozzafiato dei grattacieli di New York e seduta su una sedia scomoda, un po' imbarazzata, la madre di Lucy. Potrebbe sembrare un normale quadro famigliare, se non fosse che Lucy e sua madre non si vedono da decenni, da quando la figlia lasciò il minuscolo paese rurale del Midwest dove era cresciuta tra stenti e violenze domestiche, fuggendo lontano per studiare e ricominciare una nuova esistenza. Ed ora eccole ricongiunte, madre e figlia, vicine fisicamente in quella stanzetta d'ospedale, ma separate da una voragine di anni e silenzio durante i quali Lucy è diventata moglie, ha dato alla luce due bimbe ed ha intrapreso la carriera di scrittrice: una vita nuova di zecca, che non è peraltro riuscita a cancellare del tutto il passato. Di fronte a una madre che non è mai stata in grado di proteggerla né di prendere le sue difese, una donna invecchiata che si è presentata inaspettatamente al suo capezzale e che non trova di meglio, per riempire i silenzi ingombranti, che snocciolare pettegolezzi su vecchie conoscenze di quella comunità che la figlia ha abbandonato da anni, raccontando di famiglie in difficoltà, di donne tradite e di matrimoni infelici (da che pulpito!), Lucy reagisce nell'unico modo che conosce, non con la rabbia che il lettore si aspetta, ma con una malinconica tenerezza e un'incredibile desiderio di accettazione. Cerca quelle tre parole che insegue da una vita, quel "ti voglio bene" che sembra così difficile da pronunciare per entrambe. "Quello della solitudine era il primo sapore chew avevo assaggiato nella vita e non se ne andava più, nascosto nelle pieghe della bocca, a ricordarmi." Nei brevi capitoli di questo breve romanzo, passato e presente si intrecciano e si inseguono come il sonno disturbato e la veglia febbricitante di Lucy, in un racconto fatto di brevi dialoghi, lunghe pause, parole non dette e mute richieste. Le ore nella camera si trascinano lente, quiete, in un'atmosfera quasi sospesa dalla realtà, la monotonia delle giornate ospedaliere interrotta solo dal bisbiglio delle infermiere e dalla mano gentile del medico curante; e la Strout sembra adattare lo stile a questa ambientazione; gioca di sottrazione, con una prosa essenziale, laddove in altri romanzi, mi viene in mente Amy e Isabelle, pure incentrato sul rapporto madre figlia, stupiva per le descrizioni minuziose e la cura per i dettagli. Mi chiamo Lucy Barton è un libro che si legge in poche ore: dialoghi a singhiozzo, pochi particolari, i riflettori puntati su queste due donne messe a nudo, sul loro rapporto (o non-rapporto) e sul potere salvifico del perdono, quello che permette alla fragile Lucy, la bambina povera e diversa, la donna in cerca di amore incondizionato, di voltarsi indietro senza rancori, e di pronunciare quelle parole, forse tardive, forse immeritate, che la renderanno libera, almeno dai fantasmi del passato. Questa Strout "inedita", maestra come sempre nel raccontare i legami di famiglia, delicata nel tratteggiare due personaggi imperfetti e irrisolti, che cercano faticosamente il momento giusto per dirsi "ti perdono e ti voglio bene" (nonostante tutto).

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15/04/2018 - sofia
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Notizie sull'autore: ELIZABETH STROUT Vive a New York con il marito e la figlia, ed è originaria del Maine. Ha insegnato letteratura e scrittura al Manhattan Community College per dieci anni e scrittura alla New School. Suoi racconti sono apparsi in numerose riviste, tra le quali il «New Yorker». Con Amy e Isabelle (2000), acclamato da pubblico e critica, e vero e proprio caso editoriale, il suo primo romanzo, è stata finalista al PEN/Faulkner Prize e all'Orange Prize, e ha vinto il Los Angeles Times Art Seidenbaum Award per l'opera prima e il Chicago Tribune Heartland Prize. Con Olive Kitteridge (2009) ha vinto il Premio Pulitzer. Citiamo anche Resta con me (2010) e I ragazzi Burgess (2013). Nel 2016 pubblica con Einaudi Mi chiamo Lucy Barton. Sinossi:In una stanza d’ospedale nel cuore di Manhattan, davanti allo scintillio del grattacielo Chrysler che si staglia oltre la finestra, per cinque giorni e cinque notti due donne parlano con intensità. «Un romanzo perfetto, nelle cui attente parole vibrano silenzi. Mi chiamo Lucy Barton offre una rara varietà di emozioni, dal dolore piú profondo fino alla pura gioia». - Claire Messud, The New York Times «Strout si conferma una narratrice grandiosa di sfumate vicende famigliari, capace di tessere arazzi carichi di saggezza, compassione, profondità. Se non l’avesse già vinto con Olive Kitteridge, il Pulitzer dovrebbe essere suo per questo nuovo romanzo». - Hannah Beckerman, The Guardian Deve essere il sistema che adottiamo quasi tutti per muoverci nel mondo, sapendo e non sapendo, infestati da ricordi che non possono assolutamente essere veri. Eppure, quando vedo gli altri incedere sicuri per la strada, come se non conoscessero per niente la paura, mi accorgo che non so cos'hanno dentro. La vita sembra spesso fatta di ipotesi. - Elizabeth Strout Da tre settimane costretta in ospedale per le complicazioni post-operatorie di una banale appendicite, proprio quando il senso di solitudine e isolamento si fanno insostenibili, una donna vede comparire al suo capezzale il viso tanto noto quanto inaspettato della madre, che non incontra da anni. Per arrivare da lei è partita dalla minuscola cittadina rurale di Amgash, nell'Illinois, e con il primo aereo della sua vita ha attraversato le mille miglia che la separano da New York. Alla donna basta sentire quel vezzeggiativo antico, "ciao, Bestiolina", perché ogni tensione le si sciolga in petto. Non vuole altro che continuare ad ascoltare quella voce, timida ma inderogabile, e chiede alla madre di raccontare, una storia, qualunque storia. E lei, impettita sulla sedia rigida, senza mai dormire né allontanarsi, per cinque giorni racconta: della spocchiosa Kathie Nicely e della sfortunata cugina Harriet, della bella Mississippi Mary, povera come un sorcio in sagrestia. Un flusso di parole che placa e incanta, come una fiaba per bambini, come un pettegolezzo fra amiche. La donna è adulta ormai, ha un marito e due figlie sue. Ma fra quelle lenzuola, accudita da un medico dolente e gentile, accarezzata dalla voce della madre, può tornare a osservare il suo passato dalla prospettiva protetta di un letto d'ospedale. Lì la parola rassicura perché avvolge e nasconde. Ma è nel silenzio, nel fiume gelido del non detto, che scorre l'altra storia.https://www.ibs.it/mi-chiamo-lucy-barton-libro-elizabeth-strout/e/9788806229689 Cosa ne penso io: Elisabeth Strout è un'autrice che, una volta letto un suo libro, pensi di correre in biblio ad ordinarne subito un altro. Autrice che sa non solo scrivere, questo è ovvio, ma che sa catturarti nei pensieri dei suoi personaggi che diventano i tuoi pensieri, nel paesaggio che descrive anche se è solo una stanza d'ospedale come nel caso di Mi chiamo Lucy Barton.Lucy rimane, per una complicazione dopo l'operazione di appendicite,nove settimane un ospedale e inaspettatamente la mamma che non vede da anni la viene a trovare rimanendo cinque giorni e cinque notti con lei. Il libro si trasforma in un libro di storie raccontate dalla mamma. "Lucy, «Bestiolina», chiede a sua madre «raccontami ancora». E così la stanza anonima dell’anonimo ospedale newyorkese si popola di figure che arrivano dalla provincia."Narrare storie è il piatto forte di questa autrice e noi lettori ci immergiamo in esse e come un bambino chiediamo" ancora raccontami ancora!"Geniale! Insuperabile da leggere!

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